sabato 31 ottobre 2009

Fr Beppe ed il Chaaria Mission Hospital

Photobucket Con el corazón abierto è un libricino stampato alla buona: sul cartoncino azzurro usato come copertina la figura del Santo Cottolengo, tra le pagine poche foto in bianco e nero a corollario di una storia tagliente e maledettamente vera. È il racconto di un anno intero vissuto in Kenya, nella diocesi di Meru, per dar seguito ad una missione ardua quanto ambiziosa: l’Associazione Volontari Mission Hospital Chaaria, ONLUS sorta in seno al Cottolengo di Torino, ha messo in piedi una struttura destinata ad offrire un servizio ospedaliero di natura ambulatoriale. Ma tra i 400 pazienti che si presentano ogni giorno troppo spesso c’è chi ha bisogno di interventi chirurgici delicati e complessi. Tra i frati coinvolti, Fratel Beppe Gaido, originario di Casalgrasso, missionario dal 1997, ha raccolto in un diario il dolore disumano dei suoi pazienti fissando, però, i loro sorrisi, la voglia di lottare, la gioia di vivere. Storie di morte senza lieto fine che colpiscono dritto al cuore ma che non chiudono mai le porte alla speranza. Il senso di impotenza di fronte alla devastazione, la paura, giudizi affrettati dettati da preconcetti difficili da superare, avvicinano il frate ad ogni uomo comune, che non può comprendere, che non riesce a sopportare tutto quel male. Il Kenya è dilaniato da una guerra fratricida, una lotta tra poveri che genera solo miseria, razzia, distruzione. Analfabetismo e follia collettiva dipingono tutti nemici, meritevoli di morire a colpi di machete. E poi AIDS e TBC, la cui piaga è precocemente dilagata da condizioni igieniche disperate.
Sapere che gli scritti di Fratel Beppe corrispondono a verità gela il sangue nelle vene, la lettura prosegue soltanto perché la sua penna svela le ragioni che danno forza al frate ed agli altri volontari; chi scrive è molto di più di un uomo, ma un uomo di Dio.
“Spesso non è necessario – scrive – parlare di Dio alla gente, perché le nostre azioni diventano in se stesse annuncio. Lavorare per la vita a tempo pieno è una via moderna di evangelizzazione e questo pensiero placa un po’ i sensi di colpa che nascono dal non trovare tempo per la preghiera.”
Ma un uomo così solerte verso il prossimo, che si spende al di sopra dei limiti di umana sopportazione, deve preoccuparsi se ogni tanto non riesce e pregare? Chi si azzarderebbe a dire che tutto quello che fa non basta per fargli guadagnare il Paradiso? Probabilmente nessuno, ma Fratel Beppe vive la sua missione come una fonte di enorme ricchezza, umana e spirituale, e non come uno strumento per mettere a frutto la sua indole solidale. Così, di fronte al dolore di un neonato che muore, nello stesso attimo gioisce per la nascita di tre gemelli ed impara a rispondere con prontezza e speranza agli eventi dettati dal ciclo inesorabile della vita, in eterna antitesi con la morte.
Profilo di uomo, cuore di frate
Nato a Torino il 22 gennaio 1962, Giuseppe Gaido frequenta il Liceo Classico a Carmagnola per poi dedicarsi agli studi di Medicina, completando al contempo la formazione religiosa. La sua esperienza di servizio inizia in Italia, poi lo porta a Mostrar per lo sviluppo di un progetto della Caritas, senza però impedire il conseguimento a Londra del diploma in Medicina Tropicale.

Perché frate?
A dire il vero non lo so con certezza: sono sempre stato alla ricerca di una vita donata agli altri, sganciata dalla ricerca affannosa del denaro. Volevo spendermi per chi soffre, gratuitamente. Il frate che non ha una famiglia a cui pensare, mi è sembrato la figura che più da vicino potesse aiutarmi a realizzare questo sogno di dono 24 ore al giorno.

Perché cottolenghino?
Il mio cammino vocazionale era iniziato tra i preti salesiani, ma poi la cosa mi stava un po’ stretta, non mi dava gioia. Ho quindi lasciato il seminario per frequentare il liceo pubblico. Poi un cammino in una comunità, ma anche lì mi pareva mancasse qualcosa. A Casalgrasso le suore del Cottolengo mi proposero del volontariato alla piccola casa di Torino: in quei reparti popolati da malati terminali si è pian piano delineata la mia vocazione, anche in virtù del fatto che mio padre stava morendo di cancro ed io volevo servire chi stava soffrendo come mio papà.

Perché missionario?
Ricordo il tema d’esame di terza media: Che cosa vuoi fare da grande? Lo svolsi scrivendo che avrei voluto essere un medico missionario in Burundi. Non so perché quel posto, non sapevo neppure dove fosse…forse mi piaceva il nome. Poi venne il liceo, poi lo studio della teologia della liberazione, delle guerre civili in El Salvador e Guatemala, la triste realtà dei desaparecidos del Cile e dell’Argentina. Mi sono affezionato all’America Latina, dove sentivo che avrei potuto lottare per una maggiore eguaglianza evangelica. Poi la Bosnia dove ho conosciuto la sofferenza di chi è vittima della guerra. Cresceva la voglia di partire per un luogo dove fare il medico a 360 gradi. Sempre nel tema d’esame scrissi che avrei voluto prima scopare la casa del povero, poi rifargli il letto e medicare le sue ferite. Qui a Chaaria tutto questo si è avverato.

C’è differenza tra l’uomo e il frate? Dio è un valore aggiunto?
L’uomo è sempre uomo: io sono fragile, emotivo, a volte pessimista, in continua ricerca di amicizie che spesso non trovo, talvolta deluso da amici che tradiscono. Come uomo non so se avrò la forza di resistere tutta la vita. Come frate, non sono mai solo: Dio è là per me proprio quando tutti mi abbandonano, quando i poveri che aiuti ti rispondono con una denuncia o con un insulto, quando gli amici ti calunniano. Dio non è un valore aggiunto, ma piuttosto il propulsore nascosto senza il quale il mio motore si sarebbe già fuso da molti anni.

Tu che vedi la morte ogni giorno, come rispondi al senso di impotenza di fronte ad essa? Come può rispondere un uomo lontano da Dio?
La morte è parte della vita, in questo gli Africani sono maestri. Loro hanno tanti figli perché sanno che la metà moriranno e non fanno grandi drammi come noi. Sanno che bisogna morire, sono estremamente composti ed ammirevoli davanti alla morte; spesso la chiamano kasi ya mungo cioè volontà di Dio. Non esistono risposte sul perché del dolore, né per gli atei né per chi crede. Certo chi vuol negare l’esistenza di Dio proprio in virtù della presenza del dolore, riduce tutto ad un superficiale giudizio infantile cha accusa Dio non arginare il male. Male e morte sono realtà, fra l’altro anche gli atei sanno che la morte è necessaria perché sulla terra ci siano spazio e cibo per le generazioni future. La nostra unica credibile risposta è tirarci su le maniche e stare vicino a chi muore.

Un’esperienza “forte” come quella di una missione può contrastare il problema delle crisi di vocazione?
Non può, anzi la missione può acuire la crisi interiore. Sono sempre stato contrario all’idea di chi va in missione per risolvere i propri problemi. Questa gente non ha certo bisogno di persone confuse che vengono a portare più scompiglio che aiuto. La nostra è una realtà estrema in cui le crisi vocazionali vengono addirittura allontanate.

Che cosa può chiamare un giovane a Dio nella modernità? Quali sono gli idoli contro i quali Dio deve lottare per conquistare la fiducia dei ragazzi, scelgano essi oppure no la strada religiosa?
Credo che il servizio ai poveri sia il modo in cui Dio chiama molti giovani. Magari si può essere in crisi su vari aspetti della Chiesa, ma sulla condivisione con i poveri sono tutti d’accordo. Oggi abbiamo bisogno di testimoni credibili e purtroppo Dio si ritrova a lottare contro il vuoto di ideali. La mia gioventù pensava bastasse mettere i pantaloni a zampa o portare i capelli blu per far finire le guerre. Pur con le false illusioni e le cantonate prese, credevamo in qualcosa. Oggi i ragazzi sono fiacchi, spesso non hanno voglia di impegnarsi, non perseguono ideali validi per cui spendere la vita. Pensiamo ai giovani schierati davanti ai carri armati in Piazza Tien Ammen a Pechino e poi a quelli che fanno il giro delle discoteche o che partono da Casalgrasso per andare a prendere il caffè a Sanremo. Ci si chiude paurosamente nel privato, nel proprio io, nei proprio comodo.

Cosa fa più male a Chaaria? La povertà, la malattia o l’ignoranza?
È l’ignoranza che contribuisce a mantenere uno stato di cose ingiusto, che causa il dilagare della violenza. E poi c’è l’ingratitudine, a volte pesante: in ospedale spesso ho l’impressione che le pretese dei singoli crescano in modo direttamente proporzionale al numero dei servizi da noi offerti e portati avanti con perseveranza 24 ore al giorno. Il fatto che non sempre riusciamo a salvare una vita, che non possiamo visitare tutti contemporaneamente è motivo di ira, a volte induce pazienti e familiari ad alzare la voce. Per non parlare del “grazie”, parola che sembra purtroppo tabù.

Ora basta con le domande, Fratel Beppe è una forza della natura, instancabile di servire, irrefrenabile nel raccontare. La missione è lontana, in un mondo che spesso guardiamo svogliati in tv: sempre le solite storie di malattia e miseria. E che possiamo fare noi? Forse niente. O forse no.

Una giornalista


Photobucket
 
Visitate il Blog del Chaaria Mission Hospital,
che mi impegno ad aggiornare ogni giorno....
e se potete, offrite un piccolo aiuto. Grazie, Nadia. 
 
http://chaariahospital.blogspot.com
 


Photobucket

Nessun commento: