lunedì 23 febbraio 2015

L'assistenza infermieristica

“L’assistenza è un’arte; e, se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. È una della belle Arti, anzi, la più bella delle Arti Belle.” 

 (Florence Nightingale)

mercoledì 29 ottobre 2014

Paulo Coelho, El Zahir

«Dicono che durante la nostra vita abbiamo due grandi amori. Uno con il quale ti sposerai o vivrai per sempre, può essere il padre o la madre dei tuoi figli: con questa persona otterrai la massima comprensione per stare il resto della tua vita insieme.
 E dicono che c’è un secondo grande amore, una persona che perderai per sempre. Qualcuno con cui sei nato collegato, così collegato, che le forze della chimica scappano dalla ragione e ti impediranno sempre di raggiungere un finale felice. Fino a che un giorno smetterai di provarci, ti arrenderai e cercherai un’altra persona che finirai per incontrare. Però ti assicuro che non passerà una sola notte senza aver bisogno di un altro suo bacio, o anche di discutere una volta in più. Tutti sanno di chi sto parlando, perché mentre stai leggendo queste righe, il suo nome ti è venuto in mente. Ti libererai di lui o di lei e smetterai di soffrire, finirai per incontrare la pace, però ti assicuro che non passerà un giorno in cui non desidererai che sia qui per disturbarti. Perché a volte si libera più energia discutendo con chi ami, che facendo l’amore con qualcuno che apprezzi»
(Paulo Coelho, El Zahir)

mercoledì 2 luglio 2014

Prigione di cristallo

Impercettibili urla squarciano il silenzio della notte senza vento. Si staccano lentamente i petali di rosa senza nessun rumore, mentre la trasparenza di un cristallo di ghiaccio inganna i sensi. Incastonato in esso l’amore appare come un prisma colorato senza spigoli, evanescente e prigioniero del cristallo, non sa che soffocato in quel silenzio comunque non morirà mai.
Ho sferzato colpi sulla parete senza scalfire il ghiaccio che si stà sciogliendo, pensando che al di là di esso vi fosse la vita e qui la prigione.
Ora so che la prigione è là fuori e la vita, la libertà e l’amore sono qui dove il ghiaccio riesce a scaldare un cuore stanco, debole e devastato dal dolore.
Somiglia tanto alle lucine di natale questa altalena che non si fermerà mai più e ondeggerà insieme all’impeto dell’anima che è rimasta con le manine fisse su quelle catene arrugginite, all’alba di un mattino d’estate.
Il ghiaccio continuerà a trasformarsi in acqua e l’acqua sarà per sempre fonte di vita. Ma la vita, non avrà mai la libertà di esistere fuori dalla prigione, senza l’amore.
L’inerpicarsi dell’edera su una parete rocciosa ripida e difficile da sovrastare, contrasta con l’apparente semplicità delle radici del bambù nell’acqua che non smettono mai di nutrirsi di essa.
Chissà se tornerà mai questa mia voglia di abbracciarti…
Il sorriso di una bimba mai nata, appoggiata dietro a quel cristallo da cui non può staccarsi, risveglia la consapevolezza che un sottile strato può separare per sempre le anime.
Gli occhi di quella stessa bimba possono raggiungere il mondo intero e con la loro immensa semplicità, possono esprimere senza rimproverare, il loro triste pensiero lontano nei tempi di scuola, dove una mamma seduta al banco, tenta di alzare la mano per chiedere aiuto senza che nessuno se ne accorga.
E non bastano i canti di natale o l’attesa su una vecchia panchina o salvare una vita o fuggire lontano o aiutare un pettirosso infreddolito caduto dal nido. Tutto questo non basta per colmare quel vuoto e riempire quello spazio che mi separa dalla vita, quello spazio impercettibile ma crudele che mi confina dietro quel cristallo, in quella prigione da cui non uscirò mai più.


Nadia Monari

domenica 22 dicembre 2013

La vita...


“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro.
Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” 

(Artur Schopenauer)


sabato 29 gennaio 2011

Poesia di Madre Teresa di Calcutta

Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.
Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito
e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.
Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.


Madre Teresa di Calcutta


Ho scoperto un paradosso,
che se ami
finché ti fa male,
poi non esiste più dolore,
ma solo più amore.


Madre Teresa di Calcutta


Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani. Perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere. 

Dalai Lama


Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

Buddha




mercoledì 10 marzo 2010

La mia tesi...

E finalmente ho terminato anche il Master in Management infermieristico per le funzioni di coordinamento, all'Università Campus Bio Medico di Roma...

Ecco il titolo:

La rete internet, il network satellitare ed il teleconsulto,  
quali strumenti migliorativi per la comunicazione, 
in un ospedale ubicato in un’area rurale del Kenya

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Abstract

L’unità operativa del  Cottolengo Mission Hospital di Chaaria, opera in una zona rurale e poverissima del Meru, in Kenya (Africa).
Il Cottolengo Mission Hospital è la denominazione ufficiale che il Ministero della Sanità del Kenya ha dato al servizio del Cottolengo di Chaaria, riconoscendo e approvando le strutture da tempo operanti (Dispensario e Centro dei Buoni Figli) come Cottage Hospital and Maternity. Nel 2009 i ricoveri sono stati 8680, in continuo aumento (nel 2000 erano stati circa 4000). Il numero dei pazienti ambulatoriali è rimasto costante, attorno ai 70.000 all’anno.
Tesi1.JPGLa qualità del servizio è notevolmente aumentata con nuove prestazioni sempre più specialistiche e complicate. Attualmente i  posti letto sono 160, e vengono offerti servizi di Medicina Interna, Pediatria, Maternità, Riabilitazione-Fisioterapia e Chirurgia Generale.
E’ presente inoltre un programma di prevenzione, diagnosi e terapia dell’AIDS e delle malattie sessualmente trasmesse, un servizio giornaliero di vaccinazioni per i bambini e di prevenzione per le donne in gravidanza.
Il personale consta di 2 medici a tempo pieno, 3 clinical officers, 2 registered nurse, 16 community nurses, 2 fisioterapisti, 4 tecnici di laboratorio analisi e una Pharmacy Technician. Molti sono inoltre i dipendenti addetti alle pulizie e alla gestione della lavanderia e sterilizzazione.
Il supporto fondamentale è anche quello di un ottimo gruppo di volontari italiani che prestano la loro opera a titolo completamente gratuito. Essi sono per lo più infermieri, medici, dentisti e fisioterapisti.  Per il 2009 è stato registrato un totale di 90 volontari.
Viene organizzato costantemente un programma di formazione infermieristica permanente sia per gli infermieri interni (una volta la settimana), sia per gli infermieri dei dispensari limitrofi (una volta al mese), sia per tutte le strutture della diocesi di Meru (1-2 volte all’anno).
Utilizzando gli strumenti appresi durante il percorso di studio del Master in Management infermieristico per le funzioni di coordinamento, verranno seguiti i seguenti steps:
Obiettivo Tesi: Sviluppo di un intervento migliorativo per le criticità emerse dell’unità operativa in oggetto, attraverso lo strumento della connessione satellitare internet ed il teleconsulto con il Progetto (Ipocm) già iniziato ed in fase di avanzamento.
Metodi: Sulla base di un’ esperienza sul campo dell’autrice e di una collaborazione attiva già da alcuni anni, nel presente lavoro sono illustrate alcune fasi relative allo studio e alla realizzazione del progetto in questione.
Alla descrizione dell’unità operativa del Chaaria Mission Hospital segue un’analisi organizzativa dettagliata ed una valutazione della letteratura esistente sul tema, sia avvalendosi di formule di ricerca e sia direttamente presso la segreteria del ministero della salute per valutare il sistema direttamente sul campo.
Attraverso l’elaborazione di un cruscotto direzionale, sono state sviluppate alcune key performance indicatoralutandone la misurabilità, Tesi2.JPGprendendo in considerazione due categorie di stakeholder: v
- gli utenti: Disponibilità di adeguati presidi e strumentazioni specifici per il singolo caso; Conoscenze specifiche delle varie singole patologie con possibilità di consulto clinico; Indicatori per misurare la dimensione “input” (Profilatura dell’utenza potenziale, Profilatura del tipo di richiesta, Numero delle richieste);  Indicatori per misurare la dimensione “output” (Misura del bisogno non corrisposto, Numero dei casi valutati, Numero prese in carico, Tempi di risposta, Qualità di prestazione e appropriatezza dell’intervento).
- le risorse umane:  Soddisfazione espressa rispetto ai turni di servizio; Disponibilità ai cambi turno e straordinari; Grado di stress, burn-out e senso di solitudine; Numero guasti imprevisti; Numero casi di mancanza attrezzature idonee; Adeguatezza dei sistemi e software; Complessità di utilizzo degli strumenti.
E’ stata effettuata una raccolta sistematica dei dati, basata sull’intervista e attraverso la somministrazione di questionari e compilazione di griglie, durante il mese di dicembre 2009, tramite la collaborazione di un volontario presente sul posto nel mese di riferimento e soprattutto, del medico responsabile  della struttura.
Risultati: L’analisi relativa allo stakeholder “utente finale”, mostra una criticità della disponibilità di adeguati presidi e strumentazioni specifici per il singolo caso e delle conoscenze specifiche delle varie singole patologie con possibilità di consulto clinico, oltre che sottolineare la necessità di richiedere informazioni presso centri di eccellenza italiani per i casi di patologie “sconosciute” o di difficile diagnosi.
L’analisi relativa allo stakeholder “risorse umane”, mostra una criticità delle tecnologie idonee e grado di informatizzazione e soprattutto, evidenzia un elevato livello di stress e un alto grado di senso di solitudine e di oppressione in alcune scelte diagnostico-terapeutiche, particolarmente complesse o di forma rara e/o sconosciuta, con scarsa possibilità di confronto con l’esterno.
Tali criticità, pur coinvolgendo due tipologie di stakeholder differenti, convogliano il loro intrinseco contenuto, nel medesimo sviluppo del problema: quello della comunicazione con l’esterno.
Il Progetto attivato: Assistenza sanitaria e tecnologie avanzate, una relazione operativa che in ambito socio-sanitario e umanitario è particolarmente preziosa. Molti Paesi in via di sviluppo si trovano a fronteggiare le complessità clinico-diagnostiche e tecnico organizzative in condizioni di grave carenza di medici e di operatori sanitari, di ristrettezze economiche e strumentazione inadeguata.
L'Alleanza Ospedali Italiani nel Mondo attraverso il progetto Ipocm, promuove un servizio d'avanguardia e di eccellenza:  il "teleconsulto" medico. Ben 44 ospedali italiani - molti dei quali fondati e retti da missionari e volontari cattolici - dislocati in venticinque Paesi del mondo sono collegati on-line, via Internet terrestre e satellitare, con 32 centri di eccellenza medica della Penisola per effettuare teleconsulti. Il teleconsulto medico offre anche possibilità di formazione a distanza, promuovendo la crescita della qualità delle prestazioni sanitarie erogate dai centri sanitari italiani dislocati in quattro continenti e la riduzione di situazioni di criticità di tipo clinico-diagnostico e tecnico organizzativo.
"Punta di diamante" dell'attività dell'Alleanza è il servizio di teleconsulto offerto in modalità sia asincrona che sincrona e, di recente via web utilizzando i più comuni browser,  che consiste nella possibilità per i medici, situati in postazioni remote, di confrontarsi con gli specialisti dei Centri nazionali di riferimento per valutare un particolare caso clinico attraverso l'analisi del maggior numero possibile di informazioni a loro disposizione e l'impiego, ove necessario, della video conferenza personale, utile per eventuali confronti diagnostici, scambi di pareri, sulla base delle specifiche conoscenze cliniche di ciascun professionista.
Dal 2004 l'associazione ha gradualmente reso disponibili nei nosocomi italiani all'estero una postazione telematica completa ed un accesso ad Internet a larga banda, terrestre o satellitare, quest'ultima in particolare nell'Africa Sub-sahariana. Il teleconsulto è attivo, a pieno regime, dalla metà del 2005 e oggi conta una banca dati di oltre 1200 teleconsulti specialistici con cartelle di diagnostica per immagini e refertazione allegate, svolti tra i circa 300 specialisti resosi disponibili  nei Centri di riferimento nazionali e i medici degli ospedali all’estero. Il servizio è a disposizione dei 3615 medici operanti negli ospedali all’estero e i livelli di servizio prevedono settantadue ore per la risposta dalla ricezione della richiesta e fornisce ipotesi interpretative sulla patologia, la diagnosi e le indicazioni di possibili prassi terapeutiche.
Due, in media, i teleconsulti al giorno. I medici, di alta professionalità, offrono le proprie competenze in forma totalmente gratuita.
Un problema molto sentito tra quanti lavorano in Paesi in via di sviluppo è l'isolamento. Spesso i medici volontari sono sovraffaticati e sulle loro spalle gravano responsabilità enormi. La solitudine pesa tantissimo dal punto di vista psicologico. Altrettanto indubbi, però, sono i benefici sul piano dell'affinamento professionale e della crescita umana. L'essere vicini a chi soffre condividendone il cammino dona una visione più ampia e più profonda sul mistero della vita e sui destini ultimi dell'uomo.
Conclusioni: La criticità più importante che è emersa, quella legata alla difficoltà di comunicazione e scambio informativo con l’Italia ed il resto del mondo ed il senso di isolamento e solitudine degli operatori sanitari che prestano servizio presso l’unità operativa in oggetto, ha trovato sicuramente soluzione almeno parziale attraverso la realizzazione di un blog altamente interattivo e soprattutto del progetto IPOCM.
Infatti,  il primo ha realizzato un rapporto interpersonale seppure mediatico e virtuale, costruendo una rete di comunicazione e di scambio tra i volontari di vari paesi del mondo ed il personale sul posto ed ha permesso la condivisione di obiettivi comuni oltre che l’abbattimento del senso di chiusura e solitudine; infine ha concretizzato la diffusione di informazioni, migliorando l’aspettativa dei cooperanti in procinto di recarsi a Chaaria ed abbassandone la soglia di “idealizzazione” della missione in Africa ed al fine ultimo di reperimento di risorse umane per il volontariato ed economiche per il sostegno al difficoltoso budget della missione.
Il progetto IPOCM con il teleconsulto invece, ha costituito nell’intenzione progettuale, uno strumento di supporto clinico-diagnostico di terzo livello, maneggiato da medici specialisti che operano nelle strutture sanitarie all’estero. Per tale peculiarità, il teleconsulto dell’Alleanza si distingue nettamente da altri strumenti telematici utilizzati in medicina relativi alla gestione del paziente (teleassistenza, telediagnosi, ecc.) in quanto esso soddisfa non il fabbisogno di diagnosi o monitoraggio di dati biometrici a distanza, bensì il dubbio clinico, diagnostico e terapeutico espresso dal medico che opera in piena autonomia e a distanza a contatto con il paziente.

Nadia Monari
 
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sabato 31 ottobre 2009

Ginevra è arrivata il 3 Novembre 2009...








www.mammole.it Ticker

Ginevra



Knut

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Betty Boop MD

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Trailers di alcuni Film mitici...



Fr Beppe ed il Chaaria Mission Hospital

Photobucket Con el corazón abierto è un libricino stampato alla buona: sul cartoncino azzurro usato come copertina la figura del Santo Cottolengo, tra le pagine poche foto in bianco e nero a corollario di una storia tagliente e maledettamente vera. È il racconto di un anno intero vissuto in Kenya, nella diocesi di Meru, per dar seguito ad una missione ardua quanto ambiziosa: l’Associazione Volontari Mission Hospital Chaaria, ONLUS sorta in seno al Cottolengo di Torino, ha messo in piedi una struttura destinata ad offrire un servizio ospedaliero di natura ambulatoriale. Ma tra i 400 pazienti che si presentano ogni giorno troppo spesso c’è chi ha bisogno di interventi chirurgici delicati e complessi. Tra i frati coinvolti, Fratel Beppe Gaido, originario di Casalgrasso, missionario dal 1997, ha raccolto in un diario il dolore disumano dei suoi pazienti fissando, però, i loro sorrisi, la voglia di lottare, la gioia di vivere. Storie di morte senza lieto fine che colpiscono dritto al cuore ma che non chiudono mai le porte alla speranza. Il senso di impotenza di fronte alla devastazione, la paura, giudizi affrettati dettati da preconcetti difficili da superare, avvicinano il frate ad ogni uomo comune, che non può comprendere, che non riesce a sopportare tutto quel male. Il Kenya è dilaniato da una guerra fratricida, una lotta tra poveri che genera solo miseria, razzia, distruzione. Analfabetismo e follia collettiva dipingono tutti nemici, meritevoli di morire a colpi di machete. E poi AIDS e TBC, la cui piaga è precocemente dilagata da condizioni igieniche disperate.
Sapere che gli scritti di Fratel Beppe corrispondono a verità gela il sangue nelle vene, la lettura prosegue soltanto perché la sua penna svela le ragioni che danno forza al frate ed agli altri volontari; chi scrive è molto di più di un uomo, ma un uomo di Dio.
“Spesso non è necessario – scrive – parlare di Dio alla gente, perché le nostre azioni diventano in se stesse annuncio. Lavorare per la vita a tempo pieno è una via moderna di evangelizzazione e questo pensiero placa un po’ i sensi di colpa che nascono dal non trovare tempo per la preghiera.”
Ma un uomo così solerte verso il prossimo, che si spende al di sopra dei limiti di umana sopportazione, deve preoccuparsi se ogni tanto non riesce e pregare? Chi si azzarderebbe a dire che tutto quello che fa non basta per fargli guadagnare il Paradiso? Probabilmente nessuno, ma Fratel Beppe vive la sua missione come una fonte di enorme ricchezza, umana e spirituale, e non come uno strumento per mettere a frutto la sua indole solidale. Così, di fronte al dolore di un neonato che muore, nello stesso attimo gioisce per la nascita di tre gemelli ed impara a rispondere con prontezza e speranza agli eventi dettati dal ciclo inesorabile della vita, in eterna antitesi con la morte.
Profilo di uomo, cuore di frate
Nato a Torino il 22 gennaio 1962, Giuseppe Gaido frequenta il Liceo Classico a Carmagnola per poi dedicarsi agli studi di Medicina, completando al contempo la formazione religiosa. La sua esperienza di servizio inizia in Italia, poi lo porta a Mostrar per lo sviluppo di un progetto della Caritas, senza però impedire il conseguimento a Londra del diploma in Medicina Tropicale.

Perché frate?
A dire il vero non lo so con certezza: sono sempre stato alla ricerca di una vita donata agli altri, sganciata dalla ricerca affannosa del denaro. Volevo spendermi per chi soffre, gratuitamente. Il frate che non ha una famiglia a cui pensare, mi è sembrato la figura che più da vicino potesse aiutarmi a realizzare questo sogno di dono 24 ore al giorno.

Perché cottolenghino?
Il mio cammino vocazionale era iniziato tra i preti salesiani, ma poi la cosa mi stava un po’ stretta, non mi dava gioia. Ho quindi lasciato il seminario per frequentare il liceo pubblico. Poi un cammino in una comunità, ma anche lì mi pareva mancasse qualcosa. A Casalgrasso le suore del Cottolengo mi proposero del volontariato alla piccola casa di Torino: in quei reparti popolati da malati terminali si è pian piano delineata la mia vocazione, anche in virtù del fatto che mio padre stava morendo di cancro ed io volevo servire chi stava soffrendo come mio papà.

Perché missionario?
Ricordo il tema d’esame di terza media: Che cosa vuoi fare da grande? Lo svolsi scrivendo che avrei voluto essere un medico missionario in Burundi. Non so perché quel posto, non sapevo neppure dove fosse…forse mi piaceva il nome. Poi venne il liceo, poi lo studio della teologia della liberazione, delle guerre civili in El Salvador e Guatemala, la triste realtà dei desaparecidos del Cile e dell’Argentina. Mi sono affezionato all’America Latina, dove sentivo che avrei potuto lottare per una maggiore eguaglianza evangelica. Poi la Bosnia dove ho conosciuto la sofferenza di chi è vittima della guerra. Cresceva la voglia di partire per un luogo dove fare il medico a 360 gradi. Sempre nel tema d’esame scrissi che avrei voluto prima scopare la casa del povero, poi rifargli il letto e medicare le sue ferite. Qui a Chaaria tutto questo si è avverato.

C’è differenza tra l’uomo e il frate? Dio è un valore aggiunto?
L’uomo è sempre uomo: io sono fragile, emotivo, a volte pessimista, in continua ricerca di amicizie che spesso non trovo, talvolta deluso da amici che tradiscono. Come uomo non so se avrò la forza di resistere tutta la vita. Come frate, non sono mai solo: Dio è là per me proprio quando tutti mi abbandonano, quando i poveri che aiuti ti rispondono con una denuncia o con un insulto, quando gli amici ti calunniano. Dio non è un valore aggiunto, ma piuttosto il propulsore nascosto senza il quale il mio motore si sarebbe già fuso da molti anni.

Tu che vedi la morte ogni giorno, come rispondi al senso di impotenza di fronte ad essa? Come può rispondere un uomo lontano da Dio?
La morte è parte della vita, in questo gli Africani sono maestri. Loro hanno tanti figli perché sanno che la metà moriranno e non fanno grandi drammi come noi. Sanno che bisogna morire, sono estremamente composti ed ammirevoli davanti alla morte; spesso la chiamano kasi ya mungo cioè volontà di Dio. Non esistono risposte sul perché del dolore, né per gli atei né per chi crede. Certo chi vuol negare l’esistenza di Dio proprio in virtù della presenza del dolore, riduce tutto ad un superficiale giudizio infantile cha accusa Dio non arginare il male. Male e morte sono realtà, fra l’altro anche gli atei sanno che la morte è necessaria perché sulla terra ci siano spazio e cibo per le generazioni future. La nostra unica credibile risposta è tirarci su le maniche e stare vicino a chi muore.

Un’esperienza “forte” come quella di una missione può contrastare il problema delle crisi di vocazione?
Non può, anzi la missione può acuire la crisi interiore. Sono sempre stato contrario all’idea di chi va in missione per risolvere i propri problemi. Questa gente non ha certo bisogno di persone confuse che vengono a portare più scompiglio che aiuto. La nostra è una realtà estrema in cui le crisi vocazionali vengono addirittura allontanate.

Che cosa può chiamare un giovane a Dio nella modernità? Quali sono gli idoli contro i quali Dio deve lottare per conquistare la fiducia dei ragazzi, scelgano essi oppure no la strada religiosa?
Credo che il servizio ai poveri sia il modo in cui Dio chiama molti giovani. Magari si può essere in crisi su vari aspetti della Chiesa, ma sulla condivisione con i poveri sono tutti d’accordo. Oggi abbiamo bisogno di testimoni credibili e purtroppo Dio si ritrova a lottare contro il vuoto di ideali. La mia gioventù pensava bastasse mettere i pantaloni a zampa o portare i capelli blu per far finire le guerre. Pur con le false illusioni e le cantonate prese, credevamo in qualcosa. Oggi i ragazzi sono fiacchi, spesso non hanno voglia di impegnarsi, non perseguono ideali validi per cui spendere la vita. Pensiamo ai giovani schierati davanti ai carri armati in Piazza Tien Ammen a Pechino e poi a quelli che fanno il giro delle discoteche o che partono da Casalgrasso per andare a prendere il caffè a Sanremo. Ci si chiude paurosamente nel privato, nel proprio io, nei proprio comodo.

Cosa fa più male a Chaaria? La povertà, la malattia o l’ignoranza?
È l’ignoranza che contribuisce a mantenere uno stato di cose ingiusto, che causa il dilagare della violenza. E poi c’è l’ingratitudine, a volte pesante: in ospedale spesso ho l’impressione che le pretese dei singoli crescano in modo direttamente proporzionale al numero dei servizi da noi offerti e portati avanti con perseveranza 24 ore al giorno. Il fatto che non sempre riusciamo a salvare una vita, che non possiamo visitare tutti contemporaneamente è motivo di ira, a volte induce pazienti e familiari ad alzare la voce. Per non parlare del “grazie”, parola che sembra purtroppo tabù.

Ora basta con le domande, Fratel Beppe è una forza della natura, instancabile di servire, irrefrenabile nel raccontare. La missione è lontana, in un mondo che spesso guardiamo svogliati in tv: sempre le solite storie di malattia e miseria. E che possiamo fare noi? Forse niente. O forse no.

Una giornalista


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Le immagini più belle di Betty Boop





Una poesia scritta da me... "Sabbia nel cuore"


Sabbia nel cuore

Sono stata negli abissi come una sirenetta, in un regno popolato di coralli, anemoni e creature variopinte ed ho imparato a raccogliere conchiglie ed ostriche con perle di rara bellezza.
Ho udito voci confuse, che sembravano il sussurrare di delfini innamorati o canti di gabbiani posati a pelo d’acqua, che mi hanno richiamato ad emergere, seppure nell’ostile mare d’autunno di questa stagione già fredda. Fino a riuscire a scorgere la luce lontana di un faro antico, nella nebbia.
Giunta in superficie, cristalli di ghiaccio hanno abbandonato il mio cuore sciogliendosi, ed ho imparato a costruire castelli di sabbia…sull’acqua.
Con le manine ancora piccole, ma già capaci, ho dipinto il mio mondo, utilizzando tutti i colori dell’arcobaleno e la polverina delle ali di farfalle.
Camminando sul bagnasciuga, ho trovato stelle marine e piccoli granchietti imbrigliati nelle alghe, seguendo le orme di uno sconosciuto. Ma ho tessuto sogni di cristallo, troppo coraggiosi e fragili.
Così, ho abbandonato il mare scegliendo di raggiungere il deserto e là, ho imparato a far penetrare le mie radici nella sabbia, fino a farle intrecciare con sottili sentieri d’acqua sotterranei, da cui trarre nutrimento per sopravvivere all’aridità, nella solitudine delle notti ventose e senza luna, dove neppure le aquile osano volare.
Ed è lì, che piccoli germogli sono divenuti vita, dimostrando che l’amore, può far sbocciare un fiore nel deserto 
e che solo in profondità vi è l’essenza di esso.
Non importa se nel mare o nel deserto; non è sbagliato sognare di cercare e raccogliere conchiglie, 
o costruire castelli, o dipingere il mondo, o divenire fiore.
Sarebbe sbagliato non farlo affatto…

Nadia.


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